Libri – “Festa mobile”, il vissuto di Ernest Hemingway

di Martina Salvatore

In questo viaggio intorno al mondo che è la letteratura, oggi facciamo tappa a Parigi.

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Dopo aver goduto, attraverso gli occhi di Lucifero, delle nebbiose e basse foreste della Georgia (vedi articolo della scorsa settimana  scorsa) torniamo nel cuore dell’Europa, tra le vie della Ville Lumiere durante gli anni Venti.

Quello che vi proponiamo oggi è un’opera autobiografica e postuma di Ernest Hemingway:

Festa mobile, scritto da Hemingway tra l’autunno del’57 e la primavera del’60 a Cuba e la cui edizione fu curata dalla quarta moglie dell’autore Mary Walsh che, del vasto materiale lasciatole scelse solo 20 capitoli, in ognuno dei quali ritroviamo qualcosa che durante il suo soggiorno francese lo colpì profondamente.

Attraverso lunghi episodi, il libro racconta degli incontri che segnarono felicemente quel periodo sereno della sua vita. A Parigi, infatti, incontrò Ezra Pound (poeta padre del modernismo ma noto ai più per la sua vicinanza al regime fascista, il nome di Pound fu riabilitato in Italia solo dopo gli anni ’50) ma anche Scott Fitzgerald e James Joyce citati nell’opera.

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Hemingway ripercorre le vicende accadutegli a Parigi, i momenti vissuti con la sua prima moglie Hadley, le vite degli scrittori americani emigrati in Europa ed il suo ingresso nel mondo artistico.

La descrizione è immersa in un’atmosfera bohémien viva in cui la fantasia incontra la realtà pur restando due entità definite che regolano l’equilibrio della narrazione, trasportando il lettore nelle umide strade di Parigi, fino a fargli sentire la rugiada sulle guance. Un libro tutto dedicato a quella generazione dissoluta, perduta.

Una generazione di scrittori che spendeva tutti i suoi averi per bere e viaggiare, insomma vivere emozioni forti: «[…] Sapevo ormai che ogni cosa buona o cattiva quando veniva a mancare lasciava un senso di vuoto. Ma se era cattiva il senso di vuoto spariva da sé. Se era buona l’unica cosa da fare per riempire quel vuoto era trovarsi qualcosa di meglio. Una generazione tormentata dalla costante sensazione di vuotaggine che minacciava le loro vite, dedicate ad una costante lotta contro incombente vuoto famelico. I Festa mobile troviamo i maggiori rappresentanti di questa generazione».

Comincia così: «E poi c’era il brutto tempo. Arrivava da un giorno all’altro, una volta passato l’autunno. Alla sera dovevi chiudere le finestre per la pioggia, e il vento freddo strappava le foglie degli alberi della place de la Contrescarpe. Le foglie giacevano fradice nella pioggia e il vento sbatteva la pioggia contro il grande autobus verde al capolinea e il Café des Amateurs era pieno di gente e le finestre tutte appannate per il caldo e il fumo di dentro. Era un caffè triste e mal gestito, dove si ammassavano gli ubriachi di tutto il quartiere, e io me ne stavo alla larga per via dell’odore di sporco della gente e l’odore acido degli ubriachi. Gli uomini e le donne che frequentavano l’Amateur erano sempre ubriachi, o comunque sempre per quanto potevano permetterselo; più che altro di vino, che comperavano a mezzi litri o a litri. C’erano anche le pubblicità di aperitivi dai nomi strani, ma pochi potevano permettersi se non come base per costruirci su le loro sbornie di vino. Le donne ubriache erano chiamate poivrottes, che voleva dire ubriacone».

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